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La cosa strana

C’è un’ora nella vita in cui non ti appartieni. C’è un’ora nella vita in cui profili visioni orizzonti svaniscono e le certezze subiscono inabissamenti. C’è un’ora che scintilla nella mente di ognuno, sotto varie forme. L’eredità che stiamo cercando di realizzare è da parte nostra sempre stata e pensata come mutuo approccio con le comunità sensibili a bisogni impellenti del nostro vivere quotidiano e ad un allargamento di sguardo che va oltre la quindicina di giorni come ormai le agenzie mediatiche stanno educando il pianeta. Noi pensiamo che l’Orto dei Tu’rat sia stato un parto vero e proprio, che aldilà delle infrastrutture, sia un sistema che genera e rigenera vita. Un atto d’amore. Il vento incontra la pietra, la notte produce la goccia, cade al suolo e fa germinare il seme.

Semplice come l’avvento di una vita, ma grande come una vita, enorme come la complessità di una vita. Desiderio di generare vita, piantate migliaia di alberi vicino ai muri, nelle zone in ombra, studiamo i nostri giardini, le nostre terre. Ciò che più di ogni altra immagine mi viene in mente (quella fredda) è quell’atteggiamento, che trenta/quarant’anni fa ma che si reitera ancora oggi riguardo alle cose che non si capiscono immediatamente, cioè le “cose strane”, diverse. Ricordo in modo vivo e chiaro la sassaiola che veniva perpetrata al gay, al “ricchione” del mio paese, ricordo minacce di essere picchiata qualora una persona usciva fuori dai recinti controllati della tribù. Il nostro stesso confinante, quasi con sdegno disse che sarebbe stato molto meglio fare un pozzo se c’era bisogno di prendere acqua per gli alberi nei tu’rat. Anche a suo modo di vedere è “strano” ed incomprensibile l’operato che sta dietro ai tu’rat. Ma ancora più strano agli occhi della sotto-cultura è l’approccio simbolico di una campagna che diventa laboratorio a cielo aperto di pratiche empiriche per precipitazioni occulte, di poesia, di teatro. Maledetti Tu’rat (verrebbe da dire), archetipi di una cultura che non vuole comprendere, originari di una terra ancora più maledetta- la regione del deserto del Negev. Estirpare un luogo all’abbandono e vestirlo con una identità che non è consumistica, dove non si celebrano sagre, che non si allinea con i revival, un luogo che parla friulano con le parole di Tavan, che mangia visioni con le parole di Milena magnani, dove dall’abbandono si ergono 13 Tu’rat, mezzelune fertili, poltrone degli dei, sorrisi, contrafforti spartani, dune del deserto, palcoscenico sul mondo, paesaggio realizzato, opera di land art: tutto questo fa “ una cosa strana”. Una cosa forse abbiamo sbagliato in questi anni, quella di non essere riusciti ad avvicinare la comunità che ci vede reietti, apolidi. Forse questa è una delle cause che solo persone colte hanno saputo apprezzare l’eredità che stiamo costruendo. Forse un altro limite è quello che non siamo riusciti a coagulare una magma consorziale con le individualità e associazionistiche in terra salentina. Forse (in cuor mio lo penso) perché anche agli occhi di chi ci ha guardato da fuori non ha intravisto la possibilità di un ritorno economico immediato. Progetto o idea fin troppo utopistico da essere avvicinato o da essere adottato solo perché l’etica con cui i fondatori si muovono è esclusivamente fondato sui principi di una nuova (e per questo strana) visione di approcciarsi alla agricoltura. “la dignità restituita alla pianta, dopo millenni di agricoltura a favore dell’uomo”diceva Francesco Minonne visitando e collaborando con l’Orto dei Tu’rat. L’impegno oltre misura di saverio, che ha abbracciato questa esperienza con l’amore e l’affetto che solo gli animali sanno dare. Tutto questo è sicuramente un forte stimolo per tornare a ripiantare ancora più alberi, perché solo la prova che di un albero che attecchisce all’interno di un Tu’rat mi fa guardare al fuoco come ad un nemico già sconfitto. Ma c’è un altro fattore che più di tutto mi ha toccato: l’impossibilità di proteggere questo corpo, questa creatura. Lo stupro anche virtuale produce vergogna: mette a nudo, mortifica, suscita voglia di vendetta e voglia di scomparire per riscattare il proprio onore. Dall’altra parte ci si sente inafferrabili, tutto pare possibile, dall’insulto alla minaccia, proprio perché sembra non portare conseguenze.

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Orto dei Tu'rat Via Marco Polo 67, 73055 – (TORRE SUDA) RACALE (LE)
Cell (+39) 3282260629 – e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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Puglia EventsEPPELA: le mezzelune fertili che spremono acqua dalla pietra

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